La dipendenza patologica: i “rifugi della mente”

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La dipendenza patologica: i “rifugi della mente”

Con il termine dipendenza patologica definiamo un quadro morboso determinato dall’uso distorto di una sostanza, di un oggetto o di un comportamento ossia una specifica esperienza caratterizzata da un sentimento di incoercibilità e dal bisogno coatto di essere ripetuta con modalità compulsive.

Si manifesta come una condizione invasiva dove sono presenti i fenomeni del craving, dell’assuefazione e dell’astinenza in relazione ad un’abitudine incontrollabile che il soggetto non può allontanare da sé (Caretti 2005).

Oltre alle dipendenze principali come le droghe e l’alcool, vi è un altro gruppo di dipendenze legate ad oggetti o comportamenti presenti nella vita quotidiana che comprendono la dipendenza da cibo, sesso, Internet e videogiochi, shopping convulsivo, lavoro eccessivo.

Nella sua opera The Meaning of Addiction, Peele (1985)1 ha evidenziato che la dipendenza può scaturire da qualsiasi potente esperienza in cui la sensorialità ha lo scopo di alleviare il dolore, l’ansia o altri stati emotivi negativi tramite una diminuzione della coscienza o un innalzamento della soglia di sensibilità.

Quindi, tutte le esperienze efficaci nell’alleviare il dolore potranno essere fonte di dipendenza.

A questo riguardo, è interessante considerare la distinzione terminologica fra la parola francese toxicomanie e quella inglese addiction.

La prima suggerisce un’economia psichica basata sul desiderio di nuocere a se stessi mentre la seconda implica che il soggetto diventi schiavo (addiction deriva dal latino addictus che fa riferimento a sua volta ad una condotta attraverso cui un individuo viene reso schiavo) di una sola ed unica soluzione nel suo sforzo di allontanare la sofferenza psichica (Mc Dougall, 2002).

Tutti i comportamenti di dipendenza sembrano essere accompagnati da qualche forma di craving, concetto esplicativo più importante nello studio della dipendenza ma allo stesso tempo molto complesso. Esso è caratterizzata da un’attrazione così intensa verso alcune sostanze o esperienze appetibili da comportare la perdita del controllo ed una serie di azioni obbligatorie mirate alla soddisfazione del desiderio, anche in presenza di forti ostacoli o pericoli.

Tuttavia tutte le forme della dipendenza non coincidono necessariamente con i fenomeni del craving, con condizioni patologiche dell’identità o evidenze cliniche di interesse psichiatrico. Le attuali ricerche sostengono che i fenomeni della dipendenza possono essere situati lungo un continuum che va dal normale al patologico.

Sia per l’uso di sostanze che per il ricorso al gioco d’azzardo, non si parla di semplice ricerca del piacere ma della creazione di un’esperienza dissociativa transitoria che permette all’individuo di uscire temporaneamente dalla sua realtà allo scopo di risolvere una condizione di disagio persistente e percepirsi in modo più positivo.

Steiner (1993) definisce queste esperienze di isolamento e sottrazione del Sé dalla realtà ordinaria come “rifugi della mente” intendendo i luoghi mentali ma anche i comportamenti ripetitivi, i riti e le abitudini personali in cui ci si ritira quando si vuole sfuggire ad una realtà insostenibile in quanto angosciosa. Essi funzionano come una sorta di medicazione dell’Io, di un Io che si sente danneggiato o in grave pericolo quando è posto di fronte alla necessità di affrontare il lutto e il dolore psichico con la paura della perdita o con l’esperienza della perdita. Essi servono a neutralizzare, controllare ed elaborare l’angoscia di morte e l’aggressività di tipo primitivo, ma, nei soggetti dove le problematiche collegate al senso di morte e alla distruttività sono particolarmente disturbanti, il rifugio perde le sue possibilità nutritive ed integrative arrivando a dominare la psiche e dando luogo ad una patologia che presenta un’estesa gamma di manifestazioni che va dal ritiro dal mondo oggettuale a favore di attività autoerotiche fino alle varie forme di dipendenza morbosa.

La particolare relazione con la realtà caratterizza i “rifugi della mente” in quanto il mondo esterno non è né pienamente accettato, né pienamente ripudiato. Tale ambivalenza può non essere grave se il distacco dalla realtà è parziale e temporaneo ma può divenire un’attitudine così regolare che assomiglia ad uno stile di vita segnato dalla dipendenza patologica e l’individuo può giungere anche ad abitare un mondo onirico che trova preferibile al mondo reale. In queste esperienze, l’onnipotenza trionfa e tutto diventa permesso e possibile.

In un recente lavoro dal titolo La Mente che si sdoppia, Goldberg (1999) illustra i fenomeni della dipendenza e della dissociazione. Si tratta di una modalità in cui la persona ignora un’idea o un insieme di idee, disconosciute dall’individuo che agisce, infatti si comporta come se non sapesse nulla o quell’aspetto non lo riguardasse.

Tale concetto viene approfondito da Goldberg a partire da esperienze e vissuti comuni in cui vi è l’esitare fra due opinioni opposte ma anche quello di comportarsi contro il proprio sistema di valori e tuttavia farlo lo stesso.

Queste mini esperienze di scissione sono caratterizzate dalla compresenza di diversi stati di coscienza che si rinnegano e si disconoscono l’un altro ma che possono divenire operativi all’interno della stessa individualità.

Rispetto ad un’esperienza della realtà intollerabile, si possono determinare due reazioni psichiche che spiegano i fenomeni della dipendenza ossia il diniego o un’attività che reca sollievo. La costruzione di un settore scisso, insita in tutte le forme di dipendenza da una sostanza, da un oggetto o da un comportamento, diviene il tratto caratteristico di una separazione che comporta la ricerca di una forma di piacere o di sollievo, oltre che ad un cambiamento negli obiettivi e nei valori personali.

La scelta del diniego, come meccanismo difensivo, comporta la costituzione di una personalità vuota, fragile ed incapace a sopportare ogni forma di frustrazione. Da ciò deriva l’adozione di comportamenti di dipendenza patologica.

Concludendo, nelle nuove forme di dipendenza, come nella rete, si ha un vero e proprio trionfo narcisistico in cui sono abolite le frustrazioni. Per questo motivo il cibo, le droghe, Internet, il sesso o gioco d’azzardo sono quindi visti come oggetti o comportamenti che possono alleviare lo stress psichico e svolgere una “funzione materna” che il soggetto non è in grado di fornire a se stesso.

Bibliografia

Goldberg A. (1999)., La mente che si sdoppia, Astrolabio, Roma, 2001

La Barbera D, Caretti V. (2005), Le dipendenze patologiche. Clinica e psicopatologia, Cortina Raffaello

Peele S. (1985), The Meaning of Addiction, Lexington Books, MassachussetsToronto.

Steiner J. (1993), I rifugi della mente, Boringhieri, Torino, 1996

2018-06-21T17:17:23+00:00 21/06/2018|