E se la “malinconia” diventasse “melanconia”?

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E se la “malinconia” diventasse “melanconia”?

E’ utile aprire uno spazio di riflessione riguardo a due termini spesso sovrapposti e confusi tra loro: la malinconia e la melanconia.

Nel linguaggio comune assistiamo ad un uso indistinto tra il termine malinconia e melanconia. Occorre fare una differenziazione perché questi termini hanno significati specifici in quanto si utilizzano per vissuti tra loro molto diversi. Con il termine malinconia ci riferiamo ad uno stato d’animo mentre la “melanconia” ha a che vedere con aspetti nettamente più pervasivi di disagio psichico.

Colui che soffre di malinconia si sente triste per qualcosa che ha perduto o non ha mai avuto, di cui sente fortemente la mancanza.

Le persone malinconiche si sentono nostalgiche, private di qualcosa ma in realtà non hanno mai posseduto davvero ciò che a loro manca. Ad esempio, un amore non corrisposto potrebbe alimentare sentimenti carichi di tristezza.

Quello che noi viviamo dentro ha a che fare con il dolore per qualcosa che è andato perduto. Naturalmente vi è una grande differenza se sono i nostri genitori o, invece, è una persona che ci ha lasciato oppure abbiamo lasciato. La casistica è sterminata. Possiamo immaginare diverse modalità dopodiché ci sono delle variabili soggettive e personali che ciascun individuo mette in atto.

Partendo da questa breve premessa possiamo considerare come “lutto patologico” quella sintomatologia che nel tempo impedisce alla persona di poter vivere ed investire sentimenti, interessi, desideri d’amore verso altre persone. E comunque, non esiste qualcosa che ci permette di riconoscerlo prima ma è soltanto dopo che stabiliamo se un lutto è patologico, sulla base dell’analisi di una serie di elementi circostanziali che riguardano quel caso.

Possiamo trovarci davanti ad un lutto anche in quei casi in cui proviamo odio nei confronti di qualcuno che ci ha fatto male. In tal senso l’odio è un sentimento che Melanie Klein riteneva vitale, diversamente da Sigmund Freud il quale sosteneva che il paziente grave vivesse sentimenti di odio distruttivo tale da renderlo inanalizzabile.

Freud riteneva che fossero inanalizzabili non solo i pazienti narcisistici ma ancora di più i pazienti psicotici perché in questi soggetti prevalgono aspetti aggressivo-distruttivi di legame e dunque l’oggetto transferale anziché essere investito di sentimenti libidici, o di non esserlo come nel caso di un paziente narcisistico, viene addirittura investito da sentimenti ostili.

Melanie Klein, invece, sosteneva che l’odio è uno dei modi espressivi di legame con la pesona, significa tu sei stato così importante per me e mi hai fatto così male che l’unico modo per non soffrire più è quello di eliminarti, almeno mentalmente.

Questo tentativo di elaborare il lutto spesso fallisce perché lascia dei segnali, ad esempio, può produrre sentimenti di colpa i quali possono assumere una valenza sintomatica e testimoniare una memoria che ci lega ancora di più all’oggetto odiato anziché farcene liberare. 

Ci sono caratteristiche specifiche di un lutto che, invece, è relativo ad una patologia particolarmente significativa, che non attiene più al lutto normale né al lutto con le difficoltà elaborative prossime al campo della nevrosi, questo viene definito con il termine “melanconia”.

La melanconia è una condizione di lutto persistente con delle caratteristiche particolari che impediscono non soltanto l’elaborazione del lutto ma la riconoscibilità della sua presenza che investe tutto il campo dell’esistenza. I sintomi si configurano con una modalità più grave, pervasiva ed invalidante rispetto alla malinconia.

La melanconia consiste in una forma di depressione, definita “depressione endogena” che racchiude diversi elementi tra i quali possiamo elencare l’umore deflesso, la difficoltà nel provare piacere, lo scoraggiamento, l’ansia, l’apatia, l’abulia. 

La predisposizione alla melanconia può essere influenzata da fattori biologici o genetici che intervengono creando alterazioni dell’umore e la modalità di reagire alle situazioni e il rapporto con l’ambiente esterno.

Si è visto come gli eventi esterni (lutto, situazioni difficili ecc.) non sono invece determinanti nello scatenarsi della malattia. La melanconia è quindi un “malessere di vivere” che nasce più da dentro che da fuori. Nonostante ciò la melanconia può e deve essere trattata farmacologicamente per aiutare la persona a gestire l’umore deflesso e dunque a stare bene con se stessa.

Il paziente melanconico e depresso è la persona che immaginiamo come colui il quale ha perduto ogni forma di legame con la vita, non trova nessun senso nella vita e non lo mette in relazione con qualcosa di particolare ma è qualcosa di generale che abbraccia tutto se stesso e tutta la sua vita. Non è possibile immediatamente identificare in lui alcun lutto ma una “condizione luttuosa” occupa tutta la sua esistenza.

Nel corso della vita la persona che soffre di melanconia, per alleviare i suoi sintomi, deve avviare un percorso che possa integrare non sono l’aspetto farmacologico che risulta necessario ma anche quello psicoterapeutico.

2018-08-02T17:45:30+00:00 01/08/2018|